Ante rem

Non c’è piacere più complesso del pensiero, e ci abbandonavamo ad esso.
(J.L. Borges, L’Aleph)

7 aprile 2005 – Gnac

cronopio-gnacSpiritelli operosi, giudiziosi, mai ingannevoli, pazienti, comprensivi, caparbi, sagaci, immortali. La loro statura fisica è variabile. Possono ridursi fino a rasentare l’invisibilità oppure estendersi fino alle nuvole. Parlano ogni lingua nota sulla terra ma qualche volta non disdegnano l’impiego di parole sconosciute. Ogni gnac ha una specializzazione, un paesaggio di unica appartenenza. Molto famoso è il gnac del tramonto, specializzato nel quotidiano massaggio al sole prima del riposo notturno, poi c’è quello del mezzogiorno, quello dei baci, quello degli scrifeci (ecco una parola ricorrente nel gergo gnac). Quest’ultimo esclama spesso “gnac-mord” quando ride. Prediligono il fraseggio rimato. Non chiamarli mai gnomi: si arrabbiano.

Sono il gnac della controra, son vaniglia ed amarena, cambio colore ogni mezzora, come un guitto sulla scena. Ho anche l’ugola intonata, so cantare a squarciagola. Melodie per una fata, che gorgheggio in capriola. Mi ha spedito qui *** perché possa col mio canto (e vedrai non sarà invano) deliziarti con incanto. Tu comanda ch’io obbedisco mia Regina, basta un fischio. Gnac-fiùùù.

8 aprile 2005 – Mare

mare2Ho un po’ di mare per te.
Sono scesa mezz’ora fa per comprare frutta e ho preso mare.

9 aprile 2005 – Bluare

Buongiorno. Dodici gradi ma sembra inverno. Piove senza averne voglia. Sto andando a far visita a mio padre. Oggi è il suo compleanno. In tutta la vita non mi ha mai fatto gli auguri nel giorno del mio. Da piccolo ne soffrivo ma dopo i vent’anni compresi che si trattava di una fortuna. Mi ha bluato il mare che mi hai donato ieri. Un bacio.

12 aprile 2005 – Gnac (2)

Sono il gnac dell’andata, cerimonio ogni partenza, la valigia è custodita, ne sorveglio la presenza. La mia mole è inusitata, son piccino ma assai lesto, tu comandami mia fata, che mi alzo sempre presto. Viaggio molto in sola andata, non frequento alcun ritorno, anche questa traversata sarà lieta tutto il giorno. Sono giallo e sono blu, rido sempre ma sto attento, sono pieno di virtù, se mi guardi son contento. Ti accompagno in questo viaggio da levante fino a sera, sono pieno di coraggio… Morte alla morte nera. Gnac-ciack.

Sono specializzati a votarsi agli umani… Uno per volta. Conoscono l’esistenza gli uni degli altri ma si comportano come se così non fosse. Ciascuno crede di essere specializzato nella più necessaria tra le mansioni. Guai a non farli sentire così… in effetti il gnac dell’andata è proprio carino… Ti sarà anche di grande aiuto nel cambio del treno. Ma quando sarai arrivata non cercarlo perché si dissolverà…

12 aprile 2005 – ore 14.50

Che bello questo saluto. Sto tornando. Ci incroceremo. Io in autostrada, tu sul treno. Tra un attimo passerai da ***. Guarda a sinistra il ***.

13 aprile 2005 – ore 9.15

Sai che ci siamo inviati un sms nello stesso istante? Meglio delle ferrovie :-).

13 aprile 2005 – Gnac (3)

Puoi prestare loro per un’ora Talassino, il gnac del mare… è simpatico… sembra un puffo.

Ti mando il gnac della conferenza. Esperto e infallibile. Però ti avverto: è uno spaccamaroni. Decidi tu… 🙂.

Sono il gnac della Conferenza, un po’ di forfora e dottore, d’ogni scibile ho esperienza, un illustre professore. Se son qui è per caldeggiare Federico e il tuo intervento, son profondo come il mare, sono astuto come il vento. Se mi posso accomodare prediligo la tua spalla, se ti prude l’anulare è la mia barbetta gialla. Giungo adesso da Ravenna, dove albergo in sette tomi, mi hanno inviato come strenna al cospetto di bei nomi. Or m’incanta la tua voce, mi contento d’un sorriso, di lasciarmi faccio prece, carezzare il tuo bel viso. Tuo… Tomino. Gnac-gut…

Sono sorpreso… A dire il vero non avevo mai visto Tomino in questa veste galante. Non dirglielo, ma mi fa quasi ridere. Lui sempre brontolone e altezzoso. Pieno di forfora… Nessuno, mai, lo aveva visto nei panni del seduttore… Se ti importuna dimmelo che lo richiamo.

15 aprile 2005 – ore 9.39

Quando devo scendere?

Appena senti l’odore del mare.

16 aprile 2005 – Il giardino luminoso
Amico, forte come roccia, fragile come cristallo, teso come corda d’arpa a scansare ogni strappo quand’anche vorrebbe essere solo abbraccio.
E quel timore nel toccare la sua sensibilità a pelle, nello sfiorare i suoi piccoli grandi dolori, carezzando le palpebre abbandonate al sonno, inanellando tra le dita i riccioli ribelli, stringendo la sua mano che stringe forte la tua senza poterlo ricordare.
Amico, amato dagli amici di una vita, chissà se immagini quanto puoi mancare a quelli di una sera.

[…] Non dubito che ti incontrerò ancora, e a questo devo badare, di non perderti.

18 aprile 2005 – I giorni si muovono
Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, abbine cura, perché resti, per restare sotto la neve, nel bisogno di parlarsi.

19 aprile 2005 – Scorrendo
Parla il silenzio senza che tu gli chieda nulla.
Lo guardi senza stupore, quasi con residua tenerezza, gli offri pane e ascolto, e musica, e tempo.
Lo sfiori abbandonando la parola che vorrebbe dirsi a dolcezze semplicissime per superare l’oggi.
E quand’anche gli occhi non ricordassero, resta la memoria nelle mani, lì dove il profumo dell’attesa è svaporato.
L’attimo di felicità si brucia e ci brucia, in silenzio, e non vuol morire.

21 aprile 2005 – Spleen
Stavo.
Ladra di tempo altrui a fissare il coperchio nero del cielo.
Rubando ancora, esco – torno subito… – mentre la pentola ribolle di colori più vivi.
I miei passi calpestano il libretto delle assenze,
stanno e corrono,
mentre il filo di perle della dea si spezza rovesciandomi addosso chicchi lucenti come lacrime.
Chiudo il libro di poesie destinato a inzupparsi accartocciando in fretta l’angolo della pagina.
È primavera, grandina ovunque.
E sto.

27 aprile 2005 – Il mare negli occhi
Panayota stasera sorseggia metaxa, certa che i suoi tempi coincideranno con quelli del mio caffè. Non sbaglia, per questo sta bene in questa terra separata dalla sua solo da un braccio di mare. Per questo sta bene qui, ora.
Sorseggiamo e parliamo di tempo, dell’averne che non è cercarne di più, che è vivere cogliendo l’attimo, che è non dare per scontato il sole di oggi anche domani, ma godersi l’alba, l’inizio assoluto, senza né un prima né un dopo.
Avere tempo, cioè non averne per tutto ciò che non è indispensabile.
Una scelta di andamento lento.
Perché il tempo è ciò che ne facciamo di lui, con egoismo o con generosità: è un lusso che scegliamo di godere o condividere, un prefissarsi obiettivi e priorità, è un “qui ed ora” volontario che decide le nostre sorti.
Tutto il resto, compreso il non averne, riguarda esclusivamente l’agenda o il calendario su cui scriviamo i nostri alibi, non noi.
Se la lentezza fosse questione di tempo, dovremmo azzardare che chi vive succhiando avidamente la vita fino a sentirne il midollo viva male.
Ci fermiamo un attimo, ci guardiamo, sorridiamo. Scopriamo di vivere probabilmente malissimo.
Ma la lentezza è solo ritmo, è il tempo del tempo, riscoperto ed elogiato quando scegliamo di rimandare, quando decidiamo le priorità più adatte al nostro bene.
E le priorità restano, continuando a vivere di gioiosa impazienza, l’unica che possa garantire il diradarsi lento del loro sapore.
Panayota conferma, mentre le sue parole scivolano veloci, emozionate, senza pause nella rincorsa sull’ultimo sorso di metaxa, sull’ultimo del mio caffè: Siga, siga, quando ha voglia di sognare, allargare il proprio orizzonte, concedersi l’ascolto del proprio respiro, prestare attenzione ai passi che sfiorano il suo cammino.
Non quando ha bisogno di sentire pulsare la vita e ogni giorno come fosse l’ultimo, senza aspettative. Non quando ha bisogno di amare.

1 maggio 2005 – Oggi, mare
Un pomeriggio di luce ormai estiva in una casa vuota è peggiore del cuore della notte. Manca dell’abbraccio oscuro in cui tutto si sgrana e si perde, ti trafigge con lame di luce impossibili da parare anche attraverso le finestre schermate, ti inquieta con radi sobbalzi nel silenzio squarciando il cuore che scoppia, accelerando il battito, issando una lacrima in gola fino a mozzare il respiro. Come se i fantasmi attendessero quest’ora di ombre nette e taglienti per incidere l’anima.
Ed io sono stanca di essere così vulnerabile.

2 maggio 2005 – Lunae dies
Spezzato il filo del racconto e dell’ascolto, negati occhi e voce, e desiderio, e tempo, logorato il senso di ogni parola, attenzione, gioco, riso, non resta che riprendere il viaggio con l’impazienza di imparare ancora.
A farsi attraversare la vita sapendo di rischiare il sale che si incrosta e brucia sui tagli e sulla carne viva.
A lasciarsi spettinare da ogni vento senza cercar ripari inconsistenti.
A vivere.
Perché la vita è una, è qui, è ora.

3 maggio 2005 – Cerchi di tempo
I cerchi concentrici leggibili nella sezione di un tronco d’albero sono bellissimi. Ancor oggi li osservo con la meraviglia di quando ero piccola, quando con la punta delle dita avevo bisogno di percorrerli e sentirli al tatto, captare la differenza, i “salti” di consistenza e di colore, partire dalla corteccia rugosa e finire al cuore, verso l’origine di tutto da cui tutto con forza si espandeva, contare gli anni e perdere il conto, pensando al lavoro lento e paziente della natura che in quei cerchi raccontava tutta una storia, nata per essere praticamente perfetta.
Ancor oggi, se ci penso, tagliare un albero è un attimo, che annulla le cure e le attenzioni di quel tempo lungo e paziente, dopo il quale non resta che solcare con le dita la meraviglia di quel disegno scritto nel suo cuore per potersi stupire ancora e udire il racconto di quella vita perduta.

Così, alla fine, incanto e disincanto si combattono. Sarà un’incoerenza… Ma: senza l’incanto, sarei mai stato ore e ore intorno a un albero crollato? E, senza il disincanto, avrei mai contato gli anni/anelli del tronco?

(M. Melchiorre, da Requiem per un albero)

10 maggio 2005 – Via di qua
La valigia è piccola, il viaggio breve, lo stretto è necessario, un libro, la musica, una lettera d’amore di un’altra vita, di appena ieri, una fetta di saluto e una d’addio, un grumo di pensiero sul silenzio come salsedine sulla pelle in un giorno di vento, una goccia di blumare che lo sciolga, il profumo della colazione di casa, il biglietto, di fretta, con l’aereo che aspetta ed io che lascio dietro di me qualcosa e tutto il resto, per aver comunque un pretesto, e ritornare.

13 maggio 2005 – Landing
Viaggiare, a prescindere dalla durata del viaggio in sé, dalle motivazioni – spesso soltanto necessarie e non scelte – e dalla meta, ha un indubbio pregio, tra i tanti. Quello che sta nel tempo sospeso del tragitto, nel tempo necessario allo spostamento fisico da un luogo all’altro, un tempo di per sé vuoto, enorme, di cui si dispone e che si può colmare di doni insperati.
Di solito i propositi sono migliori del risultato finale: mi sposto sempre con un adeguato rinforzo di libri, di penne e di pagine bianche. Poi però, spesso, prende il sopravvento un abbandono irresistibile del corpo e della mente. Quel tempo sospeso diventa, tra attese di coincidenze e tragitto effettivamente coperto, un tempo molle attraversato in uno stato di dormiveglia cosciente, in cui le forze sembrano mancare mentre ogni energia lavora a servizio dei pensieri. Cosa succeda in quel lasso non misurabile non sempre è dato di ricordare: a volte basta mezzora di caduta a picco, profonda, immemore, nel pozzo senza sogni simile alla notte, altre volte è un lungo e lento rimacinare pensieri e giungere ad una loro valutazione più ponderata, corretta, serena.
Stasera, riapprodando qui, mi rendo conto che la vita continua, in ogni direzione. Non che ci volesse un breve viaggio, ma certo il pensarci mi aiuta.
Mi aiuta a capire che è pur vero che sono incapace di cose indispensabili alla sopravvivenza, ma che bisogna farsene una ragione: ci incontriamo in luoghi assurdi che crediamo veri, ci incrociamo senza sfiorarci e proseguiamo sulle nostre strade immersi in un brusio indistinto che copre ogni singola voce, prima di tutto quella che pronuncia il tuo nome, chiamandoti, invitandoti a fermarti, a parlare.
Sono un’incapace, perché patisco l’ancestrale bisogno di guardare i miei simili negli occhi, ascoltare la loro voce, toccare la loro presenza, sentirla attraversare la mia vita. Ogni viaggio mi dà l’occasione di riflettere su questo, di capire cosa possiedo, cosa ho perduto, cosa non ho mai avuto e cosa – ancora – devo continuare a cercare.
Non tutti gli atterraggi sono morbidi, nonostante la nostalgia della terra.

16 maggio 2005 – Nostalgia degli angeli
Una emozione forte mi investe inevitabilmente in pieno, ogni volta, come farebbe un sussulto della terra o uno sconquasso del cielo, lasciandomi sempre sul ciglio della strada come un sacco vuoto.
Da quella posizione, solo in apparenza scomoda, lo sguardo abbraccia il cielo e la terra il corpo.
Sono esausta ma in pace, ho potuto ascoltare occhi negli occhi, mani nelle mani, scontrandomi frontalmente con un piccolo vuoto che chiedeva d’essere colmato. Non sarebbe potuto accadere altrimenti.
Penso – al contrario – che scomodo sia patire così fortemente le cose che accadono intorno. O sfidare la logica interna delle cose con una istintiva e impopolare propensione allo sguardo amoroso sul mondo, prima o poi – se non ucciso – almeno allontanato.
Penso anche a chi ho incrociato sulla strada e guardato, e toccato a mio modo, convinta che la vita non sia solo qualcosa di terribilmente difficile, che non sia solo così. Ci provo sempre: mi sembra di poter prestare i miei occhi e migliorare essi stessi per primi. Mi sembra di poter illuminare anche la mia notte.
La notte che ritorna ogni volta che i doni si pèrdono. Dal ciglio della strada, il sacco vuoto osa desiderarli per un attimo.
Anch’io avrei bisogno di angeli nella mia vita – per una volta trovarli ad aspettarmi in quella lontananza abbandonata dell’anima che ne genera il bisogno – per non lasciarli andare più via.

18 maggio 2005 – Senza mare. Senza
Non avevo motivo per non fidarmi di te, ho messo fiducia e abbandono senza riserve nelle tue mani, nei nostri giochi, nelle nostre confidenze, e tu la tua presenza festosa nella mia vita, lunghissimi giorni luminosi ad innaffiare un giardino sotto la neve perché fiorissero parole, magari affetto “sopra la Storia”, chissà.
Non avevo motivo per non fidarmi di te mentre l’arsura cominciava a seccare i germogli e senza bicicletta potevi arrivare ovunque ma non lì, dove l’acqua di un cielo avaro non sarebbe mai bastata.
Ho cercato di prendermi cura di quel giardino, sono venuta a piedi più volte lasciando la bicicletta al palo, ma tu non c’eri già più, mentre cominciava a piovere, dappertutto, anche dentro, tanto da inzuppare gli abiti e l’anima, e una montagna di pagine bellissime scritte da noi per un libro tutto da scrivere.
Non saprò mai se una bicicletta avrebbe cambiato le sorti di quel giardino ormai in pasto ad erbe alte e incolte. Ti sento pedalare in lontananza in questi giorni di maggio fioriti e odorosi, vorrei potermi fidare ma non sono più tanto certa che si riesca a stare sotto la neve senza sentire un gran freddo, troppo per parlarsi.
Non è la vita, siamo noi.
Ho messo nelle tue mani fiducia e abbandono, parole, ascolto, musica e stelle… e sai di quante cose non semplici io sia incapace.
Perdonami, ma ho le mani vuote come il cuore, adesso, in questo giardino che non c’è, non vedi?, mentre ti chiedo: perché questo? E perché proprio a me?

19 maggio 2005 – Taking off
Basta poco, un posto accanto al finestrino, qualche ora, addormentarsi – magari – e chiedersi al risveglio quale sia l’orizzonte giusto.
Non so se sono felice, sto solo per staccare di nuovo la spina.
Giusto un attimo.
Cosa sarà mai il tempo?

29 maggio 2005 – Par hasard
Giorni come anni. Parole e silenzi. Silenzi come lontananze mai recise e buchi nel cuore come silenzi. Colori vivi come profumi che sono parole per alcuni cuori. Cuori che mancano e cuori che restano, anche se altrove da sé, orientati dal bisogno. Doni facili e buoni per tutte le stagioni, e doni a fondo perduto, perduti e mai scartati. Strade che si incrociano per caso e per caso si perdono, e tempo che non si dovrebbe lasciare andar via. E poi condizionali che diventano imperativi, liberandosi del dubbio e abbracciando la certezza. Colori e spiritelli immortali cancellati senza essere abbracciati e profumi diventati ricordi prima di invecchiare. Come una carezza scivolata e poi caduta.

Spengo le stelle, saranno stanche di leggere cose che assomigliano a cose.

3 giugno 2005 – …
Se rinasco, in questa vita, non voglio più occhi né orecchie né mani.
Non voglio anima che possa essere calpestata.
Non voglio voce né corpo, nulla che possa incidere la memoria, nessuna strada dentro, tutte fuori.
Se rinasco, voglio che il dono del mio nome sia solo una perdita momentanea, e non una piccola morte.

5 giugno 2005 – Il cielo sopra il bambino
Mi piacerebbe vedere la tua faccia, giusto per guardarti negli occhi e dirti quanto è bello essere qui…
Quaggiù è bello fumare, prendere un caffè… e se lo fai insieme è fantastico

Basta domandarsi “Chi sono io”?…
Che ci voglia un minuto a raddrizzare un chiodo piegato, basta solo saperlo?
Sciocche domande di una che conosce solo «lo struggimento furtivo e roditore per le gioie della vita comune».
La vita e i suoi sogni intatti in tutta la loro «seducente banalità».
Con una “gigantesca capacità di comprensione” inceppata dalla sua finitezza (e che sarà mai?).
Felice di esserci, anche se ciò non basta a smettere di farsi domande.
Io gli angeli li vedo.
Accidenti, non basta.
Che bello.

Guardare non è guardare dall’alto, ma ad altezza d’occhio.

9 giugno 2005 – No man’s land
Ancora una volta tra le pagine si fa strada una suggestione, mentre prendo nota di ulteriori contraddizioni di pensiero, di carte rimescolate e partite truccate. Cose lì dette e qui negate, se non fosse che la memoria non la freghi così facilmente, specie se a suo tempo era seduta in prima fila, sotto la cattedra, come ogni secchione che si rispetti.
Correggi gli appunti, cancelli, sovrascrivi, mirabile artificio che non cambia la realtà ma cuce abiti nuovi di zecca su fantocci di paglia, sovrapponi i fogli e le righe non coincidono, la scrittura profuma ma non ha toni, lì lo dico e qui lo nego, e non ti vien voglia neanche di sorridere, ché tanto non devi dar conto a nessuno in questa no man’s land in cui sei totale padrone di te stesso.
La vita vera fa il suo corso e la sua malìa, quell’altra di cui nessuno sa nulla anche. In quel tempo che non ci sarebbe e che invece si espande invisibile (o crede) e tesse la trama certa di tutte le confusioni possibili, vivendo di libertà e mistero solitari, un’ora, una sera, un giorno, da un’ora all’altra e da un giorno all’altro, con continuità su ogni fluire spezzato.
Che questo tempo rintanato si sommi alla vita visibile o viva di senso proprio non ha alcuna importanza se non incontri te stesso nel tuo esistere qui ed ora. Che tristezza essere soli esclusivamente in una stanza da bagno e in nessun altro tempo e luogo, neanche in quella terra di nessuno affollata di tazzine rovesciate, un fil di fumo, macchie, cocci e profumo di caffè…

10 giugno 2005 – Stationes
Da una borsa svuotata esce di tutto. Puoi tracciare l’identikit del suo proprietario solo allineando gli oggetti sul tavolo e lasciandoli parlare.
L’agenda è ferma ad un giorno di qualche settimana fa, sorge il dubbio che appartenga all’anno sbagliato. Come se nel frattempo tutto il resto fosse stato mandato giù a memoria o ci si fosse dimenticati di prenderne nota. Il quadernetto gonfio sembra in procinto di scoppiare nonostante l’elastico che lo trattiene, lascia piovere vecchie mails stampate per essere lette e rilette, biglietti di metro, di treni abbandonati e ripresi, fogli volanti con poesie raminghe e trascrizioni frettolose, numeri, abbreviazioni, esclamazioni, sogni, carte d’identità di spiritelli immortali, profumi, scatolette vuote, nastri, bottiglie senza messaggi, messaggi manoscritti di mani diverse. L’occorrente per sopravvivere e atterrare dolcemente, planando a motore spento.
Manca qualcosa ma è altrove, volutamente perso perché fosse trovato, e va bene così. Ci starà bene un rammendo, al suo posto, il segno delle battaglie perse, la cicatrice onorevole di cui non ci si vergogna.
Il cellulare è pieno, anche lui di tempo sbagliato. Usato fino allo stremo, negli atterraggi planati, come cassa di risonanza di una dolcezza quasi tangibile, ancorché fatta di pixel. Trascrivere parole prima di cancellarle per sempre è un’attitudine che non si condivide con nessuno, tanto può apparire patetico l’estremo gesto di dare un senso alla memoria e un’eco alla poesia. Quasi la necessità di fermarsi in ogni stazione dando le spalle alla direzione di marcia, andare avanti senza staccarsi volentieri dal puntino che si allontana nel punto esatto in cui i binari convergono e sentire il bisogno di scendere ogni tanto, respirare le cose, toccarle, credere che sono state vere.
I giorni si muovono, nel frattempo.

14 giugno 2005 – Maturità
L’astensione di cui non se ne può più di sentir parlare tesse paralleli inquietanti con la vita ordinaria e non assistita.
Mi ricorda tutte quelle volte che ognuno di noi si augura di essere o amato o odiato, ricevendo per tutta risposta una silenziosa e matura indifferenza.
Due volte tristezza, stasera, se è vero che ogni risposta (e il modo di porgerla) qualifica chi la dà.

19 giugno 2005 – L’odore della notte
Stasera è legno e vaniglia.
Tirato fuori in punta di dita dalla sua scatoletta profumata, un paio ogni sera da quel cassetto che quando lo apri pare si sprigionino meraviglie.
Un’abitudine solitaria: a lui non piace, e non è il caso di stordire i bambini.
È il profumo della notte, del tempo mio.
Mi ricorda anni di appena ieri, di collegio e di camere in cui si improvvisavano riunioni carbonare, dove tutti i fumi (anche il più innocente) erano proibiti e i divieti regolarmente infranti, sere di chiacchiere e di incenso, di amiche e liceo. Anche allora era odore notturno, persistente, impregnava le pagine scritte di fretta prima di andare a dormire, le lettere d’amore, i capelli, le mani, le parole.
È rimasto un rito, senza tempo, che ritorna ogni volta che apro quel cassetto in cui si mescolano le essenze, e il naso sbanda nella scelta quotidiana.
Stasera è legno e vaniglia.

[sottofondo: Keith Jarrett, The Köln Concert, Part I; Koop, In a heartbeat; Trancendental, Disiu)

après tant de nuages une à une se dévoilent les
étoiles

je respire la fraîcheur que me laisse sur les lèvres
la couleur attendrie du ciel

je m’aperçois avec douce tristesse une image qui
passe

pris en un tour éternel

(G. Ungaretti, La sérenité de ce soir)

20 giugno 2005 – Il suono della notte
The way up.
Probabilmente lo sforzo più ambizioso e corale di Pat Metheny & C., con continue mutazioni di atmosfere e complesse soluzioni melodiche.
La musica è un animale strano e dai poteri sorprendenti. Tante anime per un solo filo, per portarti dentro il senso di un’estasi spezzata a tratti da un singulto, che non sai se la smorfia della maschera è riso, o fatica, o pianto. Tutt’uno con lo strumento a cui strappare i suoni, la voce, il tormento.
Musica.
Dimenticando. Disegnando arpeggi con la memoria, isolando gli assolo grandiosi, frenetici, pacati, struggenti, vivi, fino alle corde di un tempo non più scandito dalla misura di se stesso.
Mi ricordo di C., lo ascoltavamo insieme in un seminterrato da fuorisede, fino al giorno in cui gli restituii le chiavi e me ne andai senza aggiungere una sola nota alla nostra canzone.
Un viaggio, hanno detto in molti.
Un viaggio che si è fermato qui, ieri sera, fulmineo come una meteora e indimenticabile come solo i grandi amori, con il Gruppo che ha eseguito l’album dal primo all’ultimo brano, prima di passare a due ore di fuoco con i cavalli di battaglia.
Oggi, ancora stordita, mi chiedo quale sia la misura del tempo e del silenzio.

22 giugno 2005 – Il gusto della notte
Stasera è pane e tempo di pasto frugale e riflessivo, nato da un difetto di fabbrica grazie al quale libretti di istruzioni non ce ne sono e i giocattoli si rompono presto.
Che bel mondo, quello in cui l’incanto di un inizio e di un incontro può materializzarsi fiutando nel buio, abbozzando un’ouverture sul pentagramma e provandola a orecchio arpeggiando poche note, quelle giuste, quelle che bastano a spalancare la possibilità e a promettere un’intera sinfonia.
Che bello! È lo stesso mondo in cui l’armonia si compone sovrapponendo fino a far coincidere una manciata di suoni nostalgici, che sappiano d’infanzia, di domande, di viaggio, di condivisibili intimità, preziose e fragili, scoprendo di amare gli stessi sapori e profumi, come se quell’inizio, quell’incontro, portasse in sé il gusto di tutte le cose, note e ignote.
Che bel mondo, che begli affetti, quelli cresciuti all’ombra di un abbandono fiducioso che vive se stesso qui ed ora, e nulla chiede se non il senso dell’oggi, lì dove si è, dimentichi di dove si è stati, del porto, di Itaca, perché si è lì, nel momento, ad esser ciò che siamo e che potremmo.
Bello da morire.
Nessuna parola, dopo, di quell’inizio e di quell’incontro potrà restituire l’incanto.

[Ascoltando Lindbergh]

24 giugno 2005 – Non so
Certo che lo sai cos’è.
Cerchi, trovi, avvicini, stringi, abbracci, giochi, desìderi, doni, senti, lasci stelle mare fiori cielo baci blu, c’eri.
Poi fuggi, stai, invisibile alla finestra, fuggi, neghi tutto, fuggi, allontani, non senti, lasci vuoti buchi lacrime dolore silenzio, fuggi, manchi.
Ti leggo, ti ascolto, ti soffro. I miei doni nelle mani senza chiedere nulla in cambio sono rimasti, muti. E non basta. Non basto. Chi basta?
Non senti?

Certo che lo sai.

1 luglio 2005 – Ondina
Parole, parole, parole… soltanto parole vuote, di quelle che puoi riprodurre all’infinito, buone per ogni occasione, merce deperibile che può misurarsi solo con la superficie seppellendo ogni voragine, incapace di prestare attenzione al cielo.
Mein geliebt Hans, non ti perdòno il male che mi hai fatto, così improvviso, repentino, immotivato, come il dolore che ritorna inatteso, a ondate, acuto, una fitta rapida e intensa nella lacerazione non rimarginata, ed ogni volta si porta via qualcosa, spero si porti via tutto, e presto, tutto quel male, un addio mai pronunciato contiguo alla grande gioia di averti trovato, una pugnalata alle spalle, vile, senza ripensamenti, senza neanche il coraggio di guardarmi negli occhi.

5 luglio 2005 – Lampo nel buio
È un attimo,
basta un profumo che non si stacca dalle mani
e dalla pelle del ricordo,
a credere che la pietra,
la parola,
l’opportunità,
il tempo
e l’amore
siano stati lavati via insieme alla possibilità di ritornare,
e il lanciare,
il dire,
il perdere,
il passare,
il lottare
schiacciati senza appello dalla logica interna
– non delle cose ma –
delle noluntates più bizzarre
e illuse alla sola idea di far coincidere
la breve corsa della vita con l’eternità
di un’arte
di cui i vermi faranno lauto pasto.
Ciò che (forse) avrei voluto non ha alcuna importanza
quando l’aver creduto affonda nella scia sul pelo dell’acqua
ed un attimo dopo è come se non fosse mai esistito,
ed ogni rotta verso le isole felici si rivela sbagliata
– ma legittima –
all’origine, nell’inseguire l’utopia del battello ebbro,
e dimenticare,
di-men-ti-ca-re,
oscillazione lieve,
onda quieta,
fluttuazione,
purificazione quasi infantile
che sa di mani sporche di terra e miele,
e odorose di casa e fuoco,
di sberleffo, nenia e cantilena,
di capelli accarezzati da mani antiche
che raccontano una storia bella e triste,
di quelle che non ti lasciano andare più via
perché non hanno mai fine…

7 luglio 2005 – Ipotesi di lavoro n. 1
Ora che ci penso, quando ci siamo visti non mi hai mai fissato negli occhi, né io ho forzato questo sfuggire dello sguardo.
Ora che ci penso, solo nell’ebbrezza alcolica le parole e i racconti scorrevano senza tentennamenti e sembravano veri.
Ora che ci penso, l’abitudine a sovrascrivere, cancellare, trasformare c’è sempre stata, ma l’ho vista solo poi, insieme al tuo sviscerato amore per chi si parla addosso producendo fumo e assoluto nulla.
Ora che ci penso, le parole e i modi del dopo, dell’ora, quelli che negando confermano, splendono di una risibile inconsistenza.
[Va molto meglio, ora]

9 luglio 2005 – Accidia
Una di quelle giornate indolenti e deserte d’ogni cosa. Il sole va e viene, ma l’afa non demorde, e non aver avuto voglia di mare la dice lunga.
Marito in piscina a fare vasche, figlia in partenza per il Gargano, figlio all’asilo. Potevo quasi tornare a dormire.
La scelta cade invece su uno dei luoghi da me in assoluto più detestati, il centro commerciale a due passi da casa. Settore hi-fi, a caccia di un lettore cd abbastanza piccolo da occupare con discrezione il rialzo dello scrittoio in camera da letto. Ci metto un attimo, tanto da restare senza fretta a fissare incantata i treni prima di decidermi ad attraversare i binari.
Che giorno sarebbe, oggi? In questo momento non mi ricordo neppure le cose urgenti, figurarsi quelle dilazionabili o futili. Ma la città è di un’aggressività ovattata che inquieta. Scorro i titoli, le copertine, non mi rimane in testa neppure una parola. Come diavolo ci si può affezionare a qualcuno che non è affezionato a se stesso, come ho osato? Osando voler bene a qualcuno siffatto gli distruggi l’identità, tutto quello che sa di sé, e l’unica cosa che può accadere è che lui farà di tutto per farsi odiare. Essere disprezzato era fin dall’inizio in conto; bel gioco al massacro. Ha ragione lui, ho torto io, cosa vuoi che conti l’affetto. Intanto, nel frattempo, mi sono fatta l’ennesimo male che non mi potevo permettere.
Sistemo il nuovo acquisto saltando le istruzioni e andando al sodo, mentre Schubert si diffonde nell’aria sprigionandosi come un profumo, e non ho programmi e non ne faccio, per oggi, per domani e per mai. E da quando ho avuto dimestichezza con le strategie? È già tanto che ci metta solo pochi minuti, al risveglio, a mettere a fuoco il luogo e il tempo in cui sono.
Ho solo pensieri per niente profondi, anzi, completamente dilaganti in superficie e con la buccia raggrinzita. Pensieri elementari, peggio del solito: un sorriso, una carezza, odori e sapori buoni, punta delle dita, occhi.
Continuo a non sognare, ma ho lo zaino pieno di desideri.

10 luglio 2005 – Ipotesi di lavoro n. 1 (o anche 2)

Inviare un libro a qualcuno è commettere un’effrazione, è una violazione di domicilio. Vuol dire invadere la sua solitudine, quello che egli ha di più sacro, vuol dire obbligarlo a rinunciare a se stesso per pensare ai tuoi pensieri“.

Quando pensavo di aver commesso un solo e imperdonabile errore, dimenticavo la sentenza di cui sopra, frutto marcio di uno dei tanti sopravvalutati filosofi squartatori (ancorché misericordioso a suo modo, bontà sua) di cui non faccio il nome per non alimentare una inutile “pubblicità-regresso”. Ero troppo presa dalla gioia disinteressata del dono per preoccuparmi di chiedermi se, eventualmente, questo mio modo primitivo di consegnarmi ad un altro in piena fiducia potesse essere considerato un abuso. Per di più, il libro aveva un valore e non un prezzo: era mio.
Ora, pensare alla sentenza di questo Nietzsche di serie B (perché Nietzsche, accidenti, ha un’altra statura, una prosa ipnotica e scrive poesia da incanto, tanto che puoi dimenticarti anche di condividere o meno i contenuti) mi avvilisce. Il dono è sacro, non negoziabile, il suo senso non si discute, resta di chi lo riceve anche qualora non fosse accettato. Ha per me il valore dell’unicum, del non replicabile, è pensato da me esclusivamente per chi lo riceve, passa da me al destinatario attraverso le mie mani, al di fuori di ogni utilitarismo. È una specie di risposta, non una domanda.
Mi rendo conto della gravità dell’effrazione, ma invoco le attenuanti del caso, visto che nessuna protesta si era levata a seguito di una tale impune violazione.
E mi avvilisce non tanto la provocazione dello squartatore (tant’è, è tra i pensieri più innocui della sua superiore produzione) quanto la presa d’atto che anche le parole, donate in una certa circostanza e credute dirette a quell’interlocutore particolare, sono in realtà replicate all’infinito dappertutto, tirate fuori dal cassetto delle sentenze ed elargite munificamente a destinatari quanto mai distanti tra loro. Parole e parole, come già mi è capitato di scrivere in un vecchio post, buone per tutte le stagioni anche quando c’entrano come i cavoli a merenda, copie di copie e non esemplare unico.
Nessun capolavoro, nessuna opera d’arte. La saggezza nell’era della riproducibilità.
Come quando vai in farmacia.
Dottore, ho un terribile mal di testa.
Ecco, prenda questo, due volte al giorno a stomaco pieno – risponde prontamente l’interpellato, estraendo il rimedio dal primo cassetto, uguale per tutti, funziona sempre.

[Mentre il mal di testa aumenta. Pensavo di aver commesso un solo imperdonabile errore, e invece sono già due. Ora che l’ho detto, può bastare.]

11 luglio 2005 – The time after
Una piccola morte temporanea assomiglia a quella grande e ultima quasi in tutto, tranne nel fatto che si sopravviva alle cause che l’hanno determinata.
E si sopravvive così bene da riuscire a buttar giù – nero su bianco – persino delle ipotesi di lavoro su se stessi. La libertà conquistata è la medesima, ma il suo non essere definitiva prepara il terreno alla reiterazione. Trafitture e croci non impediscono l’eterna penitenza, chiome sparse a terra, di continuare a lavare i piedi di tutti coloro che non ci accolgono.
Intanto, però, ci si può guardare allo specchio, e riconoscervisi.
E questo anche se ogni piccola morte ci smembra, ci dissocia, ci fa essere qui ma anche altrove, senza più cognizione di causa, e limiti, e percezione condivisa di spazio e tempo, senza più necessità di verificare le ragioni, né cercarle tra i relitti spiaggiati nel cui mucchio si cela quasi certamente una possibile risposta. Ci restituisce in compenso la giusta misura di quello che l’abbaglio aveva sovradimensionato, e restituisce le cause – assimilate dapprima ad una straordinarietà inconsistente – ad un’ordinarietà risibile di cui poter fare a meno senza rimpianti. Perché per riconsegnare al tempo qualcosa di strappato agli uomini bisogna essere Dio o – almeno – averne la stoffa.

[…]
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

(Alda Merini)

12 luglio 2005 – Guasti
Il nero scurisce ma sporca tutti i colori.
(Giuseppe Ronchetti, Manuale per i dilettanti di pittura, 1900)

13 luglio 2005 – Castaway
In balìa delle onde rimasero più messaggi in bottiglia di quelli effettivamente approdati sull’isola dove Robinson lottava per la vita confidando nelle proprie forze e in quel Dio a misura d’uomo che soccorre principalmente chi si aiuta. Ogni giorno Robinson si accorgeva che le bottiglie spiaggiate sulla sua isola aumentavano, sarebbe stato tentato di aprirne una, una a caso, ma non lo faceva perché intuiva che non era quello il suo Graal.
Una notte la risacca fu particolarmente energica, e il mare si portò via l’esangue e inutile paccottiglia, lasciando scritte sulla sabbia tutte le risposte. Robinson si stupì di leggere risposte a domande che aveva voluto ignorare, e per un attimo provò a rammaricarsi di non aver ceduto alla tentazione di aprire una e una sola bottiglia, a caso. Pensò tuttavia che il rammarico non fosse così importante, perché nessuna di quelle bottiglie poteva essere il suo Graal. Non gli venne in mente se non per un breve ed infinitesimo attimo di tentennare e mettersi in dubbio, di crollare e ricostruirsi. La sua solitudine non era solo metafora dell’eterna condizione umana, ma anche una scelta, l’inevitabile conseguenza di quel tentativo di appropriarsi impunemente di tutto il dolore e di tutta la felicità del mondo, e di quell’effetto devastante riflesso dalla sua presenza nelle cose del mondo.
Il mare, dopo quel giorno, divenne omerico e biblico insieme, regno di mostri e di terrore e di quelle insondabili profondità che sfuggono all’intelligenza umana. Divenne il mare assurdo nel quale il capitano Achab lotta ostinatamente ed inutilmente contro la balena bianca, mare di quella disperante ambiguità che Robinson avrebbe voluto salvare al prezzo della sua stessa salvezza.
Il sole, dopo quel giorno, bastò ad illuminare il suo presente, facendo emergere da sole le cose essenziali in mezzo alle circostanze degli insignificanti fatti quotidiani. E ancora Robinson si stupì di quella linea d’ombra che non gli consentiva di esistere al di fuori della sua grotta da naufrago. Non cercò più messaggi in bottiglia, ben sapendo che il mare non glieli avrebbe restituiti.

15 luglio 2005 – Primum vivere
Camminavo sovrappensiero in un campo vastissimo [o era la foresta della notte? quante volte ho camminato allo stesso modo?] quando mi sono imbattuta nella tigre [e mai altra bestia può essere di così agghiacciante simmetria].
Ho iniziato a correre, avvertendone sul collo il fiato [e degli occhi il fuoco].
Sull’orlo di un precipizio mi sono aggrappata ad una radice selvatica [a quanto di più fragile la ragione avrebbe potuto concepire in un momento di lucidità], sotto di me il vuoto [che stranamente aveva un fondo che potevo scorgere], sopra di me il fulgore divampato della tigre.
Ancora ho rivolto lo sguardo in fondo a quell’abisso [vincendo una vertigine che non perdona], lì dove una seconda tigre attendeva la mia resa.
La sola radice cui mi aggrappavo aveva nella sua apparente fragilità le mie sorti [e la parola “precarietà” aveva finalmente un senso compiuto e inattaccabile].
Un topo bianco ed uno nero hanno cominciato lentamente a rosicchiarla [e pensare che non avevo mai ceduto all’indulgenza di farmi sfuggire un’opportunità…].
È stato allora che ho visto vicino a me una fragola meravigliosa, mi sono avvinghiata alla radice con una sola mano e con l’altra l’ho colta.
Era dolcissima.

18 luglio 2005 – Oggi, punto e a capo
Io non sono così brava. Non sono brava nelle cose difficili, né in quelle sovrumane, non sono brava nel far finta di nulla né nel considerare “nulla” le cose importanti.
Mi impongo regole, comportamenti, abiti quando oso immaginare che la disciplina possa giovare e conti. Ma poi c’è sempre qualcosa che irrompe nell’equilibrio fragile di una condizione innaturale e mi riporta nel caos del mio vivere patendo le cose, lì dove io sono e di maschere non so che farmene, per capire che nulla di imposto da dentro e da fuori può servire stemperare l’assurdità delle situazioni che non ho scelto.
Non sono così brava, e il coraggio spesso viene solo convincendosi dell’ordinarietà di ciò che sembrava straordinario e incantevole, con un bicchiere di troppo, quello che ti fa desiderare di guidare a fari spenti nella notte per vedere se è così difficile capire.
Ma io non capisco, io non volevo più capire e invece mi sono fermata di nuovo lì, dove c’era scritto che “niente è andato perduto e niente, di quello che mi hai lasciato, andrà perduto”, in quella selva di parole pronunciate da qualcuno che non esiste e forse non è esistito mai, in quel giardino seccato per incuria non mia, e più ci restavo e più avrei voluto rinnegare la mia stessa presenza e l’aver innaffiato senza risparmio le radici di ogni attenzione, ogni gesto, ogni pensiero condivisi.
Il coraggio, ho bisogno di coraggio, per estirpare alberi e fiori, strappare tutto ciò che si è radicato in me e sopravvive all’ombra della dimenticanza. Ho bisogno del coraggio di bruciare migliaia di parole, perché non abbia più un luogo dove andarle a cercare nei momenti di debolezza, in quei momenti in cui credo ancora di potermi fidare di loro pur di fronte all’evidenza desolante dei fatti. Ho bisogno del coraggio e della forza di un dito che pigi un solo pulsante e faccia tornare bianchi più di 250 fogli, lavati da ogni colpa come all’alba del primo mattino del mondo, un tempo che non aveva bisogno dell’invisibilità e del silenzio di chi sguscia furtivo e quotidiano attraversando la mia vita impunemente, senza un senso.

20 luglio 2005 – Delete
La vérité, comme la lumière, aveugle.
Le mensonge, au contraire, est un beau
crépuscule, qui met chaque objet en valeur
.
(A. Camus, La chute)

L’Osteria dei Canottieri è un posto delizioso. Si tira tardi, la sera, il mare che s’infrange ai piedi e svapora nell’aria, un bicchiere e una conversazione amica, in queste notti estive che trascinano le ultime stanchezze e le ultime cose insolute prima delle agognate ferie.
È qui, amico mio, che inconsapevolmente mi hai aiutato a fare ordine dentro di me. Sai che non sono mai stata reticente, e conosci a memoria le migliaia di parole di queste pagine. Anzi, le conosci così bene che hai saputo ricordarmele al momento giusto. E mentre me le ricordavi, saltando da un argomento all’altro senza che mai io ti raccontassi di qualcosa o qualcuno in particolare, ho capito di aver attraversato troppe volte lo stesso labirinto, di essermi persa ed aver ricalcato inutilmente i miei passi allontanando senza volerlo la via d’uscita.
Ti ho raccontato di cosa parla questo blog, da due anni, e di che sforzi vi siano dietro. Certo non c’è autocompiacimento, ma molti mesi sono stati davvero duri. Ad affrontarli fronteggiando me sola, non volendo condividere con alcuno la banalità estenuante di certe difficoltà. Negli ultimi mesi mi hai ascoltato con pazienza, senza che ti dicessi mai quanto stavo male, perché ritengo il male che mi riguarda di importanza risibile rispetto ai problemi altrui o anche solo rispetto alle possibilità migliori di esso. E butto giù, ingoio, ma arriva per tutti il momento di chiedersi cui prodest.
La verità è che improvvisamente ho visto davanti a me e fuori di me; stavo accettando una sentenza unilaterale che aveva trasformato un affetto profondo, libero, spontaneo, gratuito, in un piano sbilanciato. Avevo accettato ragioni che in realtà erano scuse, avevo accettato che si affermasse qualcosa mentre in realtà la si negava. Ma tanto forte era la stima, l’affetto, la sacralità di un patto non scritto che aveva visto ben altre stagioni che non questa terra desolata che ho continuato a farmi del male: a credere che tutto ciò non fosse in realtà un’offesa all’intelligenza e al cuore.
A cancellare non sono mai stata brava, io, regina incontrastata dell’accumulo e sognatrice impenitente foraggiata da una memoria senza limiti.
Del cancellare ho appreso da un piccolo gesto insignificante, un giorno, che se fosse stato più importante mi sarebbe sfuggito. Invece era piccolo come piccolo doveva essere il cuore. Da allora, da un affetto scambiato per continua e fastidiosa intemperanza e ignorato anche di fronte alla mia diretta ammissione di malessere e disagio, ad oggi, il passo è stato breve.
Mettendo in ordine dentro il mio starci male, alla ricerca di qualcosa che questo male giustificasse, ho voluto usare quell’istinto che mi fa fiutare sempre in anticipo, nel bene e nel male. Che in anticipo mi fa capire di aver incontrato una bella persona, e altrettanto in anticipo mi dice che qualcosa non funziona, nell’aria. Quell’istinto ha cominciato a farmi leggere con disincanto ogni fascinazione (della persona, delle sue parole); mi ha detto di inspirare profondamente e fare “clic” su quel poco o tanto che avevo e che mi radicava al soffrire le cose. E che il destinatario lo sapesse.
Non sono tanto sciocca da pensare che tale cancellazione – virtuale-“reale” che sia – trovi immediata corrispondenza e “definitività” anche con i miei tempi interiori, ma almeno mi mette con le spalle al muro: basta, datti una mossa, piantala!
Qualche volta, se nessuno te lo dice, te lo devi dire da sola, e coltivare il tuo essere al meglio per due chiacchiere serene all’Osteria.
Non rinnego nulla, vorrei rinnegare solo il mio esserci stata tanto male. Né mi aspetto che, dall’altra parte, si rifletta: anzi, come ho potuto constatare, la reazione è stata di assoluta e scomposta incomprensione. Parlarne? Non sia mai, e perché ora?
C’è davvero un tempo per ogni cosa, e questo tempo se n’era andato da un pezzo per ragioni che non mi sarà mai dato di sapere. Che bello: ma ci si può permettere lussi come questi?
Avevo voluto credere che ciò che è vero non muore, semplicemente muta… perché, come suggerisce John Donne, “ciò che muore non è mai stato unito veramente”. Ma mi sbagliavo, ancora una volta, e non ho difficoltà ad ammetterlo.
Ora, il mio istinto – crudelissimo – mi prefigura un’ultima cosa, che io spero non accada. Perché ciò che è stato calpestato verrebbe definitivamente straziato.
Basta, ho bisogno di sedermi nuovamente di fronte alla tua pazienza, amico mio.
E scusami, non ho nulla da offrirti, solo il mio esserci. È poco, lo so, ma in questo momento è tutto quello che mi è rimasto.

Senza memoria non c’è pericolo di sogni.

21 luglio 2005 – Delete 2 (postilla)
Approfitto ancora un attimo della sosta all’Osteria, amico mio, per poi smetterla di parlarne ed ascoltare te, restituendoti uno spazio che ti appartiene. Ma va detta qualche altra cosa, per amor di verità, in aggiunta al desolante quadro di ieri.
La “reazione di assoluta e scomposta incomprensione” sono stata io a provocarla, offrendo su un piatto d’argento un alibi inattaccabile. In queste pagine, nelle ultime settimane, ho usato le parole per vestire il silenzio e il deserto, per nascondere il pianto e un dolore a tratti lancinante, per illuminare la dolcezza e l’affetto nonostante tutto. Poi da tutte queste cose soffocate ha cominciato a premere un urlo, risalito con veemenza e non arginabile.
Un grido che ha sentito la necessità di irrompere quando il caso ha pescato alla cieca dalle infinite possibilità offerte a questo niente: parole casuali, pronunciate da un giovane profeta del vuoto, dipingevano improvvisamente una figura percepita e mai veramente messa a fuoco, quella del predatore, del killer “a sangue freddo” prontamente corretta conservando la sola “disposizione all’appostamento”.
Improvvisamente, e gli oscuri meccanismi della mente potresti spiegarmeli solo tu, quel grido è venuto fuori, qui, nel blog, e sapevo che avrebbe segnato la definitiva croce.
Ma qualcuno potrebbe mai rinfacciare ad Artemisia di aver usato i suoi pennelli? Ognuno usa le armi che possiede, per reagire alla violazione del corpo o dell’anima; io ho solo le parole e l’anima è la cosa più importante che possiedo.
Far uscire dalla mia vita la pochezza di un istinto predatorio e collocarlo in mezzo al mondo era l’unica cosa che potevo fare. Non avevo nulla da perdere, e il destinatario delle mie parole come pietre – che altro non aspettava per prender cappello – sa comunque assai bene come veramente siano andate le cose. Sa che quella di oggi è la stessa persona di ieri, che la sua percezione di me dipende unicamente da lui, e che un dolore forte, un guasto, un danno, incide impietosamente fin nella carne e trasforma un sentimento nel suo contrario mantenendo la medesima intensità.
Io non posso e non voglio avere a che fare con i problemi irrisolti di identità di nessuno, sono stanca di incappare in attenzioni incantevoli e fascinose che durano quanto un bel giocattolo. Non si può attraversare la vita delle persone giusto il tempo di farsi sopraffare dalla noia esistenziale.
Sono stanca, insomma, di persone che invece di essere, rappresentano continuamente se stesse, sulla pelle e sui sentimenti altrui.

22 luglio 2005 – Il culto dei topi

Per il Budda il topo era il “primo animale” e a lui è dedicato, ogni dodici anni, l’anno del topo; nell’antico Giappone e in Siberia era considerato il simbolo della prosperità dimorando egli solo nelle case con le dispense piene; stessa venerazione tra i popoli slavi e tra gli tra gli indiani d’America. Nel bacino del Mediterraneo, Apollo Sminteo è venerato per molti secoli come dio dei topi: nei templi a lui dedicati, questi animali erano oggetto di venerazione e venivano allevati come intermediari tra gli uomini e gli dèi e se i topolini bianchi si riproducevano in gran numero, l’evento veniva considerato come segno di futura prosperità.
Ma da dove nasce la fama di questo animale. Innanzitutto dalla sua
intelligenza che gli fa svuotare anche le più protette dispense. Animale profondamente individualista, il topo non esita ad associarsi con altri compari quando c’è da commettere un furto. Come nello sbalorditivo trasporto delle uova rubate: il primo topo stringe nelle zampette l’uovo, poi, con un brusco colpo di reni, si capovolge mettendosi col dorso a terra; a questo punto un altro topo gli afferra la coda tra i denti e lo trascina fino alla tana.
Non è certo un caso che l’uomo abbia battezzato il topo “ladro”. Il termine
rattus, infatti, deriva dal latino raptus che significa razzia, furto, mentre il termine mus deriva da muisen, vocabolo di una antica lingua dell’attuale Crimea che significa prendere senza farsene accorgere.

[furto istruttivo perpetrato qui]

25 luglio 2005 – Dentro gli occhi, nell’anima
Ho sempre pensato che un figlio “mammone” fosse il risultato della propensione materna tipicamente italica a comportarsi da “chioccia”.
Ma mi sono dovuta ricredere di fronte all’evidenza: mi godo in questo periodo un figlio nel ruolo di figlio unico con tutto lo spazio e il tempo a disposizione per dimostrarmi quanto sia forte e inattaccabile il legame tra di noi anche se la mia vocazione materna si estrinseca in modo assai lontano dal principio di soffocamento…
Lo elogio (con parsimonia) e fa di tutto per ottenere ulteriore approvazione dando il meglio di sé; lo sgrido (spiegandogliene comunque le ragioni) e lui fa in modo di riguadagnare nel minor tempo possibile la mia fiducia. Ma, più di ogni altra cosa, mi sorprende ogni giorno la sua capacità di cogliere il mio stato d’animo, di parteciparvi, di accedere alle pieghe più recondite del mio umore, di prevenire i miei silenzi con le osservazioni e le parole giuste, i complimenti, le cortesie, che definire “da grandi” non rende merito – invece – al fatto che siano possibili solo in un bambino, nella sua attenzione e nella sua cura senza secondi fini.
Una sensibilità che lo porta spesso a cercare il contatto fisico, solitario e immobile con me, immemore – ma forse non del tutto – di ere lontanissime e solo immaginate.
Ad afferrare talora con forza e decisione il mio braccio, a interrompere il filo delle mie azioni e dei miei pensieri. E stringendomi forte la mano, a fissare i miei occhi nei suoi con uno sguardo che non si abbassa, che regge una fila ininterrotta di domande, risposte, conferme aspettando il mio cedimento.
In quello sguardo che mi rassicura e mi incoraggia ad essere ciò che sono, che punta fin dentro i miei occhi, li scavalca e si insinua dentro ripagandomi di ogni altra inconsistente e flebile felicità, avverto tutta la mia responsabilità di rendere questo figlio, domani, un uomo capace di guardarsi allo specchio senza paure.

26 luglio 2005 – Circles (ogni fine è un inizio)

L’uomo lasciò la locanda la mattina dopo. C’era un cielo strano, di quelli che corrono veloci, hanno fretta di tornare a casa. Soffiava vento da nord, forte, ma senza far rumore. All’uomo piaceva camminare. Prese la sua valigia e la sua borsa piena di carta, e si avviò lungo la strada che se ne andava, di fianco al mare. Camminava veloce, senza voltarsi mai. Così non la vide, la locanda Almayer, staccarsi da terra e disfarsi leggera in mille pezzi, che sembravano vele e salivano nell’aria, scendevano e salivano, volavano, e tutto portavano con sé, lontano, anche quella terra e quel mare, e le parole e le storie, tutto, chissà dove, nessuno lo sa, forse un giorno qualcuno sarà così stanco che lo scoprirà.

(A. Baricco, Oceano mare)

2 settembre 2005 – A margine di due righe di luce e di blu

Santorini è un luogo in cui vive una parte di me che non conosco e che lì ho lasciato, a quella luce. Grazie. Un bacio.

Lo so. E il mio viaggio non è stato casuale. Sono certa che quando ritroverai quella parte di te mi capirai. Ti bacio.

9 ottobre 2005 – Imperfezione

Diamo il nome di amore non certo a quel meccanismo perfetto e freddo di cui tu dici.
L’amore è sempre imperfetto, ma ha altre temperature e – soprattutto – non è definibile come un referto clinico, perché devi esserci dentro. Non ne puoi parlare con distacco filosofico e capacità di analisi, non te lo permette.
Infine, non teme di dare quel nome – universalmente – ad un’attitudine, ad un modo di rapportarsi agli altri e alle cose: si ama la vita, i propri cari, il proprio lavoro, certe cose che si fanno, certe persone e non altre. Cambia poi la forma, il modo di esprimerlo, entrano in gioco la tenerezza, la solidarietà, l’eros, il sesso, la dedizione… E chissà quant’altro.
Tutto per quell’unica parola.
Io non so se tu sia stato amato troppo o troppo poco, e la cosa non mi riguarda.
È la vita che prima o poi risponde – sempre – anche a chi le sfugge, ed io ne sono solo una scheggia infinitesimale, come te. Ho lo “svantaggio” di sapere che l’amore non basta, ma la “grazia” di riuscire ad amare, a “sentire” che l’amore per le cose e le persone resta anche nell’assenza, nelle mancate risposte, nell’indifferenza, nell’incomprensione.
Non coltivo mai illusioni né aspettative, forse per questo l’amore resta.
L’amore non ha bisogno di avventure o di un letto occasionale, né di progetti “per sempre”. Posso dirlo, ora, ché altrimenti non si spiegherebbe quella che tu hai chiamato con fastidio “intemperanza”.
L’amore non è mai parola grossa e inopportuna quando dietro di sé non lascia né debiti, né crediti. Nonostante la sua imperfezione.
Dal canto mio, non ti “tormenterò” oltre, è una promessa.

5 aprile 2007 – Ultimo

Ci sono stati d’animo che aspettano i giorni di festa per fiorire o li precedono con una forza uguale e contraria al senso che si attende. Mercoledì viola. Giovedì bianco. Venerdì rosso, e pioggia. Sono giorni che valgono trenta denari e una sbornia tranquilla prodiga di racconti, e il procedere distratto delle cose che non ci diremo, per sottrazione e cancellazione; senza aver salvato nulla.
Vorrei poter credere che non smettiamo mai di crescere, come gli alberi, grazie a quella cosa preziosa che si chiama cuore.

…ci sono i giorni, ci sono gli anni.
Ci sono rotte che, pur allontanando geograficamente gli esseri, possono avere l’effetto di avvicinarli
grazie a quella cosa preziosa che si chiama cuore.

Io le parole le ho salvate. E le porto sempre con me.