CLXXXVIII.

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Il tempo meteorologico e il suo mutare improvviso costringono a drizzare le antenne. Mi piace questo stare in guardia, e pazienza se mi sorprende senza ombrello: non mi rovinerà alcuna messa in piega, magari mi farà soltanto tornare alla mente gli odori di estati lontane scosse da improvvise fughe dalla spiaggia, ai primi scrosci, per ripararsi alla buona in attesa, grondanti, felici, perché quelle estati da ragazzi non finivano mai, neppure sotto i temporali, semplicemente ci davano appuntamento alla stagione successiva, piena di promesse e di ritorni.
Il tempo muta in fretta, e ora scardina anche le prospettive a breve termine, assecondando una pigrizia di fondo difficile da ammettere. Anche l’altro tempo, quello di dentro, avverte l’inquietudine generata dal rollio del mio navigare. Leggo per caso, tra i meandri di questa rete a cui mi appiglio ogni tanto per riconoscere viandanti che mi assomiglino: possibile che sia passato così tanto tempo? È vero, e nel mezzo neppure un segno di vita. Non so più nulla di tante cose accadute, di tante anime affini incrociate in questo tempo più vorace di qualunque bestia insaziabile. I giorni, i mesi, gli anni, mi fissano adesso spenti e indifferenti: sono trascorsi, estinguendo progressivamente il senso di un’esperienza, finendo per rinnegarla. Al di là della cornice della finestra colgo l’irresistibile richiamo di un lembo di cielo azzurro tagliato a vivo dalle nuvole, e fingo che sia lo stesso di certe latitudini passate che spazio e tempo si divertono ad avvicinare o allontanare a loro piacimento. Dovrei riscrivere le mie geografie ogni giorno, a seconda di come i confini si spostano, i terreni smottano, le cime si sbriciolano, i venti addizionano o sottraggono, i fiumi allagano le piane assolate o i mari si ritirano lasciando emergere nuove terre, e viceversa. Ma anche questo succede: se le persone che pensavamo importanti non riescono a farsi rimpiangere, significa che non v’era alcuna ragione per incontrarle. Sì, vorrei una mappa nuova di zecca e nessuna bussola, solo le stelle. Non sappiamo quali, ma alcune tra loro brillano nel nostro cielo anche quando sono morte da tempo.

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5 thoughts on “CLXXXVIII.

  1. A volte mi spaventa il dubbio di essere “scissa” tra me e un alter ego che scrive “Ad lib[r]itum”. E sono pure felice che l’altra io abbia una così bella capacità di scrittura 🙂
    Sì, “vorrei una mappa nuova di zecca e nessuna bussola, solo le stelle”.

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  2. Lo “spavento” è reciproco, cara t. 🙂
    Indubbiamente sei tra quelle persone in cui cerco e ri/conosco affinità: una sintonia che emana una luce speciale sui quotidiani disastri di cui sono capace (dis/astri: involontariamente, ancora le stelle di mezzo). 😀

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  3. ..e sulle ultime righe, come spesso accade, spalanco occhi e bocca e mi chiedo come il senso di appartenenza possa essere provato per una persona mai vista. Ciao Clio, grazie come sempre per la compagnia in questa vita..

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  4. come riempire una brocca di una gioia malinconica..ora è colma e posso dedicarmi alla quotidianita’ con passo piu’ lieve…i ringraziamenti sono d’obbligo..

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