Ad lib[r]itum
Verba manentCLX.
Il mare si è confuso con il cielo, in una gara di luce. Qualcuno nuota, i più si abbandonano al tepore di questa latitudine inversa. I poeti dell’autunno non scrivevano da questo sud d’inganni che non conosce nebbia né ribollir di tini. Solo la melagrana, spiegata ai miei figli, sgrana quietamente nel cuore la sua malinconica dolcezza d’ombre.
Eravamo tutti lì attorno, vivi e morti, con pensieri e dolori e gioie che c’attraversavano a casaccio, e nessuno sapeva dire di chi fossero, o da dove venissero. Fuori, il buio s’andava raccogliendo fin da mezzogiorno – come fa sempre (c’è quest’inganno della luce nascosta sotto il buio, e del buio rivestito interamente di luce, che non sappiamo capire) – spandendosi sotto la pelle delle contrade, raccogliendosi piano nelle conche, infilandosi sotto i cespugli bassi. Non lo sapevamo, ma ce lo sentivamo tutto attorno, come un cerchio attorno al cuore.
CLIX.
E il modo ancor m’offende.
Così come la fiducia conteneva il seme del tradimento, il tradimento contiene in sé il seme del perdono. Ma il perdono è talmente difficile da dare, che probabilmente c’è bisogno della collaborazione dell’altro, di colui che ha tradito. Voglio dire che l’offesa, se non è ricordata da entrambi gli interessati (e ricordata come offesa), ricade tutta su colui che è stato tradito. Se è solo il tradito a percepire l’offesa, mentre l’altro ci passa sopra con razionalizzazioni, allora il tradimento continua, anzi si accentua. Questa elusione in malafede di ciò che è realmente accaduto è, di tutte le piaghe, la più bruciante per il tradito. Il perdono diventa più difficile; il risentimento cresce, perché il traditore non si assume la sua colpa e non prende con onestà coscienza del proprio atto. Jung ha detto che il senso dei nostri peccati è che dobbiamo assumerceli, vale a dire non dobbiamo scaricarli sugli altri perché li portino per noi. Per assumersi i propri peccati, bisogna prima riconoscerli, e riconoscere la loro brutalità.
(James Hillman, in Puer aeternus)
CLVIII.
Verso quale stagione ride la stella che un tempo ha chiesto il nostro silenzio?
Sono giorni strani, di luce tagliente e dispersioni. D’imbrunire repentino e orientamento a tentoni. Con il desiderio di aggrapparsi ai profumi che sfuggono come relitti nelle rapide, alle voci che non muoiono lontanando e ritornano insieme ai gorghi di vento. Con un’insistenza e una frequenza che solo un profondo senso di precarietà può spiegare senza risolvere. Resta la spossatezza, la malinconia dolce intiepidita dai sentori di stagione, il vermiglio di un fiore sbiadito e arreso alla conta dei giorni, il contatto cieco con la pelle scabra di un ricordo.
Lei è uno scrittore, come ha detto poco fa ha l’obbligo di conoscere le parole, dunque sa che gli aggettivi non servono a niente [...] Vuol dire che abbiamo parole in più, voglio dire che abbiamo sentimenti in meno, oppure ce li abbiamo, ma non usiamo più le parole che potrebbero esprimerli, e dunque li perdiamo.
(José Saramago, Cecità)
CLVII.
Non ho le parole giuste da allineare davanti a me. Provo a comporle ma ne vien fuori un guazzabuglio simile al mucchietto informe di letterine magnetiche che i bambini sparpagliano allegramente sulla loro prima lavagnetta. Un mucchietto che a tratti mi sembra di piombo, grava sul respiro e sul sonno, mi sfugge dalle dita ogni volta che tento di riordinarlo. Non so come ci siano finiti dentro l’alfabeto della paura, quello della preoccupazione, quelli del tempo e delle aspettative, più una babele di lingue incapaci di comprendersi e di pensieri stanchi. Ci sono ruoli da cui non ci si può dimettere, altri cui non si può aspirare. Nel mezzo, questa solitudine di pensieri muti e non condivisibili, questa rete in cui più ti dibatti e più t’impigli, smagliata quel tanto che basta a far sfuggire i giorni.
All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.
(Italo Calvino, Le città invisibili)
CLVI.
…perché dài e dài anche i desideri decedono, e vanno sotterrati.
Lo stretto necessario, intimità o socialità che sia, rema contro i pollici sollevati e le forze centripete nutrendosi d’occhi, smarrimenti e profumi. Qui a Finisterre, zolla estrema dall’orizzonte curvo dove i mari si mescolano e le nuvole sono in eterna fuga, puoi camminare in equilibrio instabile per ore senza incontrare alcuno che te stesso. E chiudere il cerchio della tua erranza in questa stagione di luce violenta e di aria chiara, quella in cui la lontananza ha il suono del mare e il mondo si vede solo dall’ombra del già stato.
È che io ho tenuto un diario, disse lei, tutto qui.
Avrei dovuto tenerlo anch’io, disse lui, invece tutto quel periodo è affidato solo alla memoria, e la memoria è piena di buchi, si sa, è fatta di detriti.
Anche i diari sono pieni di buchi, disse lei, cosa credi?, a volte ho tentato di rileggere il mio diario per riafferrare quei giorni ed è pieno di buchi, sono solo lacerti, mi pare addirittura che lo abbia scritto un’altra persona, voglio dire la stessa persona che è anche un’altra persona.
CLV.
Spense la musica e si mise in ascolto. Pensò a com’era strano guardare la realtà che ci circonda come se essa fosse a portata di mano e pensò che niente è a portata di mano, soprattutto quello che vedi, e che a volte ciò che è accanto è più lontano di quello che pensi.
[...]
L’unica cosa che non esiste è l’oblio. E tutto il resto esiste, tutto il resto è rappresentabile. La vita fugge, tu l’attraversi e fugge. La morte fugge, ti afferra e fugge. Le città fuggono, tu le attraversi e fuggono. E anche tu fuggi, non puoi raccontarti, perché fuggi. E invece la mano corre sulla carta, guida il pennino o il pennello, la vita è fuggita, ma vi resta la sua immagine. La musica è suonata, le note sono svanite nell’aria. Ma resta lo spartito.
CLIV.
Dell’Infinito si deve prendere q.b. come si dice nelle ricette mediche per i farmaci forti: una dose eccessiva può intossicarci, alterarci, renderci infermi.
Σικελία e altri viaggi. Di effimero in effimero incalzata dalla luce esagerata di una fotografia sovraesposta. Ero lì perché avevo un appuntamento con quella luce, con gli odori della macchia, con il morso dello scirocco e non lo sapevo, ma il destino a volte ci conduce dove vogliamo noi senza saperlo. [...] Perché l’Infinito è fatto così: di istanti effimeri. E le notti d’estate, così brevi eppure così pericolosamente senza sponde.
Avevo un sogno ricorrente, e per metà della vita me lo sono portato dietro, era raro che passasse una notte senza che lo sognassi, per la verità non era neppure un sogno perché i sogni, anche i più sconnessi, hanno comunque una storia, e il mio era solo un’immagine, il sogno era soprattutto ciò che sentivo guardando quell’immagine che il mio cervello aveva fotografato, perché i sogni non sono tanto ciò che succede ma l’emozione che provi a vivere ciò che succede. [...] Vagai in quel sogno e sentii uno strano malessere. Nostalgia, c’era in quel sogno, e un bizzarro incantamento, come un feticcio invisibile. [...] Ma anche i sogni, che crediamo nostri, nostri non sono. Non siamo noi che sogniamo, è quel sogno che vuole essere sognato e che per esistere si serve di noi.








