Ad lib[r]itum
Verba manentLXXVII.

Il cuore non ha mai rughe, non ha che cicatrici.
Ecco, ti sveglierei ora, in questo istante, perché non c’è un momento “giusto” per dirti ciò che mi accade, ciò che accade al corpo ma anche alla testa che ne assorbe gli umori e i contraccolpi. Ti sveglierei subito, e non perché saresti capace di capirmi. Magari “dire” fa stare meglio, da riuscire a stendersi e credere di vedere invece che il soffitto le stelle. Invece non lo faccio. La notte è questo tempo dolce e tutto mio che non mi fa paura, non quanto il giorno e i vivi che lo attraversano. Resto qui, con il tutto che mi pesa e mi stordisce, perché siamo soli in ogni passaggio di stagione, dalle tenebre alla luce, e viceversa.
…per quanto pensi che l’amore perfetto è quello che viene interrotto repentinamente, mentre è ancora vivo e forte. Sta per sempre in un luogo intangibile e la sua mancanza ne prolunga il desiderio all’infinito.
LXXVI.
E alla fine il cielo ha ceduto, pressato dal passaggio veloce delle nuvole più scure, e l’acqua ha ritrovato peso e forma sul tepore avvelenato dell’asfalto, contro i vetri e la pelle ancora nuda, sul ricordo di una stagione d’abbandono e nostalgia. Ogni volta il rumore di questa pioggia sottile risveglia autunni assopiti per sbaglio in altre stagioni, e ogni volta qualcosa ritorna di ciò che non è accaduto, come certe amicizie mai nate per tensioni o attrazioni non dette, per troppo spreco, per coincidenze mancate.
Piove sui fili mai recisi.
LXXV.
Dall’angolino di questo ennesimo passaggio ho contato i cuori e i pensieri in cui ancora respiro, non molti, però indispensabili. Ancor più se penso che attraverso un tempo in cui prendo più di quel che do e mi aspetto ancor meno di sempre, cioè nulla. È solo un momento, saprò farmi perdonare.
LXXIV.
Peggio del continuare a riperderti c’è solo il definitivo non ritrovarti mai più.
Non la vista ma l’anima
si appropria delle cose.
Le scopre le conquista
quasi fossero ignote
dubbiose creature
sconosciute figure
senza suono né voce.
…
Ti cercai lungamente ma non c’eri.
Come si pensa a un oggetto perduto
come si inseguono ignoti misteri.
A mio modo cercandoti ti amai
ma tutto era difficile – incompiuto
e ciò che ti avrei chiesto non saprai.
…
Di quello che fu allora il nostro ruolo
restano le parole e i fogli sparsi.
Per questo – ma non solo
non fu possibile riconciliarsi.
…
Lentamente – senza rumore o suono
le cose si facevano da parte.
Sembrava non vi fosse intento o arte
a dare forma e spazio all’abbandono.(Gabriella Leto, da Arioso dolente e Largo desolato, in Aria alle stanze)
LXXIII.
Un’alba dopo l’altra la città di mare si riappropria dei figli riluttanti, come me, sgranando lentamente i brusii, i chiaroscuri, gli odori esasperati fino allo stremo dalla lunga stagione calda. Nell’aria chiara si prolungano i fili di una nostalgia senza visi né mani, sparsi e senza vento, senza ordito che sia buono a coprirmi se avrò freddo.
E sopra tutto questo la polvere, che qui si impasta di sale marino, calce e mica, e il cui sapore amarognolo dura nella bocca di chi ha saputo gustarsi la città ben più a lungo che il riflesso del sole e del mare negli occhi di chi l’ha soltanto ammirata.
(W. Benjamin, Marsiglia, in Ombre corte. Scritti 1928-1929)




